Christanell: Vorrei iniziare questa intervista con alcune domande sullo stato dell'arte poetica. Che cos'è "poesia" oggi? Ha ancora una sua ragione d'esistere, accerchiata da moderni e più "efficaci" mezzi di comunicazione anche in campo artistico? È la poesia o sono i poeti inadeguati alle tematiche dominanti della nostra epoca?
Ruffilli: La poesia ha avuto sempre dei problemi, nel corso dei secoli, con il resto della società, ad essere compresa ed amata. La poesia, per sua stessa natura, non la si può pensare in chiave di partecipazione di massa, è una ricerca di significato personale, una pratica esoterica. C’è un atto di volontà, magari anche non consapevole, che poi si può perfezionare come tale. La poesia può però godere di un ascolto più ampio: un ascoltatore o un lettore di poesia può essere catturato da qualcosa di dilettevole. Anche nell’antichità la poesia aveva un suo spazio pubblico di lettura. Dante stesso lo faceva a suo tempo. La poesia non si è mai rifiutata all’ascolto generale, ma non si è mai imposta. Non può essere puro intrattenimento, evasione. Con la poesia si tratta comunque di fare uno sforzo per poterne fruire. A chi è demandato questo compito, il fatto cioè di insegnare il modo di fruizione: alla famiglia, alla scuola? Tutte le società l’hanno fatto a loro modo. Senz’altro il compito spetta a entrambe, in tutte le civiltà, anche quelle arcaiche. Nel cosi detto Terzo Mondo, c’è un grande serbatoio poetico vivo, in cui si pesca a piene mani. Nella società latino-americana, che conosco, lo spazio della poesia è dinamico e attinto dalla gente. Ci sono occasioni, eventi. La stessa lettura è più diffusa e partecipata, ed i giovani la fruiscono. La poesia in quei luoghi, il poeta stesso, sono conosciuti. I giovani sanno a memoria i versi dei loro poeti e accompagnano nella lettura l’autore, un po’ come fosse un cantante. In Italia abbiamo avuto molta arte, prodotto bellezza in gran quantità. Ma sembra manchi un vero e proprio pubblico. È una realtà storica, che riguarda il rapporto con la letteratura, ma anche con l’arte in generale. Il nostro è un paese-museo. C’è una reazione uguale e contraria che tende ad allontanare il pubblico. La nostra lingua è stata unificata tardi, non ha avuto tempo di diventare naturale. Altri paesi lo sono da secoli, e c’è stata maggiore educazione alla cultura. In una società in cui in famiglia non si legge, difficilmente a scuola sarà semplice far leggere. La realtà mass-mediatica ha favorito l’ottundimento. Il livello della televisione italiana è scaduto, anche nei confronti di altri paesi europei. È un problema di sistema culturale, dunque. E di scelte etiche. Paradossalmente, l’Italia, dominata esteriormente dalla cultura cattolica, dal papato, è quella dove si fanno le scelte più ignobili. C’è la finzione del rispetto. Ogni cosa si fonda sull’ipocrisia, a livello nazionale. L’Italia è un paese, che, pur blaterando di valori, è in netto contrasto con tutto questo. Gli scandali non sono solamente quelli di cui si parla, ne esistono in ogni campo. Questo è un paese mafioso. L’attenzione non va al merito, ma, purtroppo, al rapporto personale, all’appartenenza di gruppo. In mezzo a questo modello imperante, che cosa può fare la poesia? La società italiana a parole l’ha esaltata, retoricamente. Tutto è monumento, ma nel concreto la cultura viene museificata proprio per evitare che disturbi. L’idea ossessiva del proprio passato ha poi l’effetto di instillare nella gente l’idea che niente di grande si possa fare, dopo ciò che è stato fatto nel passato. Un paese così è mortifero, perché non crede nel futuro e non crede nelle nuove generazioni, le sfavorisce. Chi scrive poesia, allora, al di là di ciò che scrive, è contro questo tipo di situazione.
Christanell: Quali sono i suoi punti di riferimento in campo letterario/poetico?
Ruffilli: Ho sempre avvertito insofferenza verso qualsiasi corrente, gruppo o scuola, per istinto sentendo che non ci sono mai strade già battute da seguire, opzioni o categorie predefinite. Ogni esperienza creativa degna di questo nome è sempre unica e irripetibile. Il che non vuol dire, naturalmente, che non ci siano debiti rispetto a quanto di creativo si è fatto prima. Ma il problema è che la creatività non ammette imitazione o epigonismo. Lo sappiamo da lettori, che ci piacciono cose diversissime tra loro. E, quando ci piace un testo, non è detto che ci piacciano altri testi che assomiglino a quello. La creatività è profondamente individuale. Difficile poi sapere quali siano i propri maestri, perché spesso i padri rifiutati contano di più di quelli riconosciuti. Esiste sempre un percorso. Ma, quasi mai, si riesce a fotografarlo dall'alto, come se si stesse in cima e fosse tutta in vista la strada compiuta. Perché si tratta di un percorso obliquo, fatto dì corsi e ricorsi, di volute e di pieghe. Così, è più facile che uno parli delle intenzioni che lo hanno mosso, piuttosto che delle tappe che ha toccato in successione. I modelli, a volerli cercare, non mancano. Mozart e Rossini, prima di tutto, perché per me la poesia è scrittura musicale. Tra i poeti, a noi più vicini, Ungaretti, Saba, Penna e Caproni. Nel mezzo, Metastasio e i librettisti Da Ponte e Sterbini. Ma, poi, come rinunciare a Dante e a Leopardi? Per me, fondamentali. Di collocarmi nel panorama più generale della poesia italiana, non sono capace.
Christanell: Nel suo nuovo libro, Le stanze del cielo, si occupa di due argomenti certamente attuali (e dolorosi) ma tutto sommato indigesti alla società contemporanea (e anche alla stessa poesia) come l'universo carcerario e quello della droga. A cos'è dovuta questa scelta?
Ruffilli: Ho scelto le categorie dei “carcerati” e dei “drogati” per sottolineare la privazione della nostra stessa libertà. Perché valgono bene, per sottolineatura e amplificazione, a costruire una metafora delle nostre molte catene. La vita infatti spesso più che un liberatore è un carceriere e ci riserva situazioni in cui ci togliamo libertà da soli. Non serve finire in cella o tra le grinfie della droga per fare esperienza di prigione. Ma non ce ne rendiamo conto, quasi mai. E abbiamo bisogno di effetti estremi per acquistarne coscienza e per cominciare un percorso che ci riporti a fare esperienza vivificante della nostra libertà.
Christanell: Nella prefazione al libro, Alfredo Giuliani parla di tono narrativo, antilirismo, poesia civile: si riconosce in queste definizioni?
Ruffilli: Sì, mi ci ritrovo. Ma, creativamente, non mi sono mai posto il problema. Né ho mai pensato di farmi cantore o vate, come si diceva una volta, degli interessi comuni e collettivi. Ma si vede che è una delle corde della mia poesia, perché la critica è andata sottolineando questa caratteristica via via lungo il percorso della mia esperienza. Del resto, per me la scrittura è sempre qualcosa di necessario e sufficiente. E vado dietro a questo impulso, che resta un’ossessione di tipo musicale da cui mi lascio trascinare. La verità è che, quando scrivo, non ci sono lettori nel mio orizzonte. Non ho mai in mente i lettori, non ci penso proprio. Meno che mai mi dispongo a venire incontro alle aspettative dei lettori (che sono poi bisogni indotti).
Christanell: Per concludere: qual è il messaggio che vuole trasmettere ai suoi lettori?
Ruffilli: Come dicevo, non avendo in mente i lettori quando scrivo, non ho messaggi per loro. Scrivo per chiarire le cose a me stesso. Ma non sono poi un egotista-egoista. E rendo pubblico quanto ho elaborato come modesta proposta, se qualcun altro può essere interessato.


