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La magnifica bestia (6)

La magnifica bestia (6) - TRAVEN BOOKS / ALPHA BETA

Milena Nicolini

Anche se inquadrata in una riflessione sulla nuova tipologia delle vittime a cui si dirige la violenza bellica e terroristica di oggi, Adriana Cavarero sottolinea una condizione degli esseri umani  importante anche per questa riflessione su “La Magnifica Bestia” di Anna Maria Farabbi. Siamo dalla nascita ‘esseri esposti relazionali’: ‘esposti’ al rapporto con l’altro, sia esso di cura e affidamento o di aggressione per procurare ‘vulnus’, ferita. La vulnerabilità, dice Cavarero, è costitutiva dell’essere umano. (1) Aggiungerei, per entrare subito nell’humus della silloge, che è essenziale al rapporto stesso: la vulnerabilità intesa come permeabilità all’altro, disponibilità ad accogliere l’altro; per un rapporto, quindi, che non sia apparenza, fenomeno superficiale di vicinanza, ma reciprocamente con-tatto, com-penetrazione, sim-patia. Ce lo dice subito Anna Maria Farabbi, quasi necessaria premessa alle poesie che seguiranno, quando non solo afferma che maestri di scrittura le sono quel bambino cieco, privo di braccia, vittima della guerra, che legge con le labbra e Jean Dominique Bauby che, per una malattia devastante, scriveva con le palpebre; ma anche li sente e li dichiara “presenti in me”, con quanto le hanno trasmesso: “la preziosità del ricevere e l’estenuante pratica di ogni relazione, la profondità del sentire e la parsimonia, la cerimonia, del segno.” La prima relazione è col corpo della madre, prima dentro e poi nell’immediato fuori, in quello “sguardo obliquo” (2)  tra madre e figlio, conchiuso nel cerchio dell’abbraccio al seno. Se qualcosa può  restarne, dopo il distacco dalla madre, ad esempio nel rapporto amoroso (“La vedo senza occhi / con il corpo intero”), però non è più possibile ritrovarla intatta, quella relazione primigenia: totalità perduta per sempre e nemmeno sostituibile con vani assoluti spirituali o concettuali. “La madre comprende, risponde, cor/risponde”; la “radice materna” “nasce e abita quella preistoria forte, tatuante, del non verbale, di un linguaggio intero dentro cui la parola non è necessaria o non ancora maturata”, dove il “silenzio” è “digestione/ruminazione dell’esperienza, movimento del sentire”, oltre il pensare; movimento che “impegna le cellule dell’intero corpo”, che passa oltre “il non comprensibile e lo vive”. Ma il ricordo di quell’esperienza sin-estetica, di quella con-vivenza può diventare modello del desiderio, della tensione-a (“Ho bisogno di concentrazione. / Di rovesciare restituire la fronte // alla madre. Tacendo.”) : sia tensione all’altro-amoroso o all’altro-creatura o al divino (“Come l’usignolo ho tutto: creato creante e creatura”). Non rimpianto sterile, ma esperienza che  procede, diviene, si allarga: “Comunque sia ovunque / è in terra con me: presente: / … / Vicina o lontana non conta. // Io non sono figlia del dio del lutto   ma della madre. / … Non canto separazione o esilio / ma l’appartenenza profonda // la gioia tessendo il baratto.”  Esperienza che riconnette a quel “non verbale” che “fluisce significativamente tra una creatura e l’altra”, nell’ “esposizione del proprio sé all’altro”; “esperienza della non parola”, oltre il pensiero logico; esperienza  che può essere “ustionante” nella “relazione con l’altra creatura”, perché un’ “interiorità aperta e accogliente” riceve “il contatto” come “un innesto” (un dono, ma anche una ferita), in  quell’ “intimità relazionale”, che è armonia di due, confusione dei confini singolari: “Per barattarci nell’intimità / attraverso la creazione. Perché fare l’amore / è agire e ricevere la creazione”. 

Anna Maria Farabbi ne fa poesia con una parola umida, materica,  grondante sensualità, capace di far sentire il con-tatto, il desiderio dell’altro e l’affidamento all’altro: altro-“creatura”, altro- “creato rispondente”. Una parola che intesse un legame profondo con l’eros: sia per l’ambivalenza semantica di termini ricorrenti come “bocca”, “saliva”, “fiato”, “lingua”, “leccare”, “umido”, “liquido”, pertinenti dell’area linguistica ed erotica, ( “La bacio / mentre sento il divenire della mia sua saliva / e i semi / di lingua in lingua.”; “Rendo / la mia lingua mentre ammutolisce vuota / per crescere soltanto nell’interiorità / un bacio”; “L’urgenza umida del tuo fiato la lingua / non riconosce più parola   viene / e mi bacia.”); sia per la sua tridimensionalità che “dice la sua scrittura interiore” affondata nel luogo più profondo dei sensi, in quanto ‘in-segnata’ (incisa dentro, ci precisa Anna Maria Farabbi) e nell’ “ascolto corporeo” imparata: dalla coniugazione di due a uno nell’amore, e dalle creature sordomute e cieche,  e dalla lallazione dei lattanti, e dalla comunicazione corporea di chi muore impotente e muto della parola verbale. E’, infatti, quella di Anna Maria Farabbi una parola così fisica e tattile che nel suo“ fiato” “consonanti e vocali crollano a terra” e si compie  la trasgressione essenziale della poesia: non solo viene buttato all’aria il“vecchio abbecedario / dentro cui il peccato e lo scandalo / il senso di colpa e la vergogna” soffocavano l’eros e la radice terragna della lingua; ma il sistema linguistico viene  stra-volto a linguaggio di carne, ad esperienza che rompe il confine tra corpo e parola (“E metto tutto in bocca. // vocabolario grammatica sostanze dal suo polmone / ma anche il rosso non verbale delle sue labbra.”), tra io e tu ( “ci congiungono ci impastano”, “il divenire della mia tua saliva”, “per barattarci nell’intimità”). In questa trasgressione si perde quel pudore di convenienza che leggeva oscenamente parole dell’eros come “fica”, riservandole magari a triti e stupidi giochi nascosti; invece si acquista un’immediatezza, una naturalità edenica non scarnificata: “Tocca qui  con il dito con la lingua con quello che vuoi / con il fiato”, “La via / scintilla in una bava di lumaca / dentro cui mi trovi mi senti”, “E cominciai a leccarti le dita imparando dai cani. / A toglierti con la lingua la necessità degli occhi / a premere le tue labbra con trasparenze animate  garze  /  di baci   per obbligarti a tremare…/ … / Per sentire l’imminenza / … / il creato intero nel sangue.”. Perché “Il mio corpo / è casa”. Ecco che cos’è “la magnifica bestia”: affondata nell’interiorità più ancestrale, abita “un luogo e un tempo profondo”, una “casa” “nella preistoria del dire e della scrittura”; è parte stessa della “matria” di terra e di acque in evoluzione costante “di infiniti anelli / che continuano a formarsi formarmi / sciogliersi sciogliermi”, così da permettere ad Anna anche di “rientrare intimamente / in mia madre. Con me / la magnifica bestia si meraviglia e si trasforma.”. La magnifica bestia è “cieca sorda”, è “risposta a tutta la scrittura” perché “dall’abisso del suo corpo” trasforma il “dire” in  “ridere” e lo trasmette col sentire. E’ trasgressiva, dissipante, viva “cicala”, che però, “grassa”, resiste magnificamente in “ogni inverno”; è “amore a quattro zampe”, che ha scavalcato con  “un salto nerissimo” proibizioni e steccati, creatura tattile che esige contatto, tocco, apertura, accoglienza incondizionata, inerme, vulnerabile. Quanto lontana questa vulnerabilità da quella di cui parla Adriana Cavarero! Ma forse proprio questa magnifica bestia può cominciare ad essere una risposta all’antitetica orrorifica bestia della guerra e del terrorismo di oggi,.    

 

 

 

Note:

 

1-       Si fa riferimento alla conferenza “Corpi vulnerabili” di Adriana Cavarero del 18/1/08 presso la Fondazione San Carlo di Modena; si ricorda anche della stessa Orrorismo,ovvero della violenza sull’inerme, Milano, Feltrinelli, 2007

2-       Tutte le citazioni non in corsivo sono da “La lingua mia”, saggio di Anna Maria Farabbi, pubblicato in JOURNAL OF ITALIAN TRANSLATION, New York, SPRING 2007; le citazioni in corsivo sono da “La Magnifica Bestia

15/04/2008 commenti (0)